I familiari con cui potersi ricongiungere

Il ricongiungimento familiare può essere richiesto nei confronti dei seguenti familiari:

  • coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni, e partner unito civilmente (in Italia o all’estero), straniero e non residente in Italia (vd. Circolare del Ministero dell’Interno del 5 agosto 2016 (prot. 3511));
  • figli minori, anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso; i minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai figli.
  • figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale;
  • genitori a carico infrasesantacinquenni, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza;
  • genitori a carico ultrasessantacinquenni, qualora abbiano anche altri figli ma impossibilitati al loro sostentamento per documentati e gravi motivi di salute.

 

Le disposizioni di legge consentono procedure più favorevoli per autorizzare l’ingresso del familiare del titolare di protezione internazionale ma non introducono deroghe alle categorie di familiari ricongiungibili.  Lo straniero al quale è stato riconosciuto lo status di rifugiato o lo status di beneficiario di protezione sussidiaria potrà richiedere il ricongiungimento familiare per le medesime categorie di familiari previste per tutti i migranti autorizzati. Può essere considerata una eccezione il caso del Rifugiato Minore straniero non accompagnato. In questo caso infatti, è consentito l’ingresso ed il soggiorno, ai fini del ricongiungimento, degli ascendenti diretti di primo grado.

Precisazioni in merito ai familiari da ricongiungere

Non è consentito il ricongiungimento del coniuge o del genitore a carico, quando questi è coniugato con un cittadino straniero regolarmente soggiornante con altro coniuge nel territorio nazionale.

Si considerano minori quanti, al momento della presentazione dell’istanza di ricongiungimento, hanno meno di 18 anni e pertanto il compimento della maggiore età durante l’istruttoria della richiesta di ricongiungimento non inficia la procedura. I minori adottati, o affidati, o sottoposti a tutela, sono equiparati ai figli.

Sull’onere probatorio

Posto che il rigetto della domanda non può essere motivato unicamente dall’assenza di documenti probatori, può accadere che un cittadino straniero, per ragioni diverse, non sia in grado di dimostrare completamente, o con sufficiente certezza, il vincolo di parentela che lo unisce a colui che desidera ricongiungere a se. Queste ragioni sono descritte, sommariamente, nel titolo V del Testo Unico (art. 29), laddove si parla di:

  • mancanza di una autorità riconosciuta, autorizzata al rilascio di documentazione ufficiale (ndr vedi caso Somalia);
  • fondati dubbi sulla autenticità della stessa documentazione (ndr certificazioni prive di timbri, fotocopiate e poi vidimate, o altro).

 

A queste possiamo aggiungere una ragione più generica quale:

  • in altre e complesse situazioni (ad esempio: i parenti del richiedente il ricongiungimento non si trovano nello Stato di appartenenza e quindi non possono richiedere il rilascio della documentazione che provi il grado di parentela presso le autorità del loro paese e non conoscono nessuno che possa farlo per loro).

 

La disposizione può essere ancora ed è ulteriormente integrata da quanto disposto nell’art. 29 bis del Testo Unico, dove si parla, più specificatamente, del titolare di protezione internazionale, rifugiato e beneficiario di protezione sussidiaria. Di conseguenza, la difficoltà a reperire l’idonea documentazione può sussistere ancora:

  • in ragione dello status (per motivi di sicurezza, anche i familiari dei protetti internazionali non possono avere contatti con le autorità che nel Paese di provenienza del rifugiato rilasciano i documenti che occorrono ai suoi familiari per provare il vincolo parentale);
  • in ragione della presunta inaffidabilità dei documenti rilasciati dall’autorità locale.

 

Quando il cittadino straniero non è in grado di fornire l’idonea documentazione di cui sopra, le Rappresentanze diplomatiche o consolari italiane provvedono al rilascio di certificazioni, sulla base dell’esame del DNA (acido desossiribonucleico), ed anche, sulla base delle verifiche ritenute necessarie. In particolare, può essere fatto ricorso ad altri mezzi sufficienti a provare l’esistenza del vincolo familiare, tra cui, elementi tratti da documenti rilasciati dagli organismi internazionali ritenuti idonei dal Ministero degli affari esteri.

In entrambi i casi le spese sono a carico degli interessati.

Sul ricorso all’esame del DNA, molto spesso utilizzato per la dimostrazione del vincolo di parentela, la Corte d’appello di Milano, con la sentenza del 12 febbraio 2013, ha ribadito come sussista il diritto al ricongiungimento familiare della figlia alla madre, titolare di status di rifugiato, senza necessità di procedere all’esame del DNA.

Secondo la Corte infatti, l’’esame del DNA va effettuato se i rapporti di parentela dedotti per il ricongiungimento non possono essere adeguatamente documentati o comunque quando sussistano fondati dubbi sulla autenticità della documentazione. In ogni caso questa disposizione “non può essere applicata prescindendo dal principio per cui a norma dell’art. 33, co. 3, della legge 218/1995, lo stato di figlio legittimo, acquisito in base alla legge nazionale di uno dei due genitori, non può essere contestato che alla stregua di tale legge, essendo attribuita ai provvedimenti accertativi ed alle statuizioni giurisdizionali dello stato estero ogni determinazione in ordine al rapporto di filiazione con conseguente inibizione del giudice italiano di sovrapporre a quegli accertamenti fonti di informazione estranee e nazionali. Pertanto, la pratica di ricorrere al test del DNA per la verifica dei vincoli familiari dovrebbe avvenire solo in quei casi in cui permangono seri dubbi sul rapporto di parentela dopo che altri mezzi di prova sono stati già impiegati.”

Sulla validità dei documenti si precisa che la normativa di riferimento è il Decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 200 che, all’art. 49, dispone che “l’autorità consolare: rilascia certificati di esistenza in vita a cittadini; li rilascia anche a non cittadini quando debbano farne uso in Italia; Rilascia o vidima certificati di origine delle merci ed ogni altro certificato o documento previsto dalle leggi Italiane o dalle convenzioni internazionali; Rilascia copia autentica degli atti da essa ricevuti o presso di essa depositati; Legalizza gli atti rilasciati o autenticati dalle autorità locali previa, ove possibile, legalizzazione delle competenti autorità locali, e quelli rilasciati o autenticati dalle autorità Italiane previo accertamento che l’atto é stato legalizzato ai sensi dell’art. 11, secondo comma, del decreto del presidente della repubblica 2 agosto 1957, n. 678; può rilasciare attestazioni concernenti leggi e consuetudini vigenti in Italia o nello stato di residenza; può rilasciare certificati concernenti gli atti compiuti ed i fatti accertati nell’esercizio delle proprie funzioni; può rilasciare e certificare traduzioni di atti dalla lingua Italiana in quella dello stato di residenza e viceversa.”

In ogni caso, per dimostrare il vincolo parentale occorre che il documento che dimostri tale condizione sia tradotto e successivamente legalizzato presso la Rappresentanza Consolare Italiana. È la Rappresentanza Consolare stessa, quindi, ad essere investita dell’autorità di verificare il vincolo parentale. Per questo motivo, la documentazione relativa al vincolo parentale deve essere depositata presso la Rappresentanza Consolare italiana e quindi nella fase successiva al rilascio del Nulla Osta in Italia (è consigliabile procedere alla verifica del possesso di questi documenti nella fase dell’istruttoria della domanda così da non perdere troppo tempo successivamente). Per lo stesso motivo, le eccezioni di cui sopra saranno di competenza della Rappresentanza Consolare.

La legalizzazione può essere sostituita dal timbro “Apostille”, laddove lo Stato extra U.E. sia firmatario della Convenzione Internazionale dell’Aja del 5 ottobre 1961 e successive integrazioni.

Paesi aderenti alla Convenzione Dell’Aja soggetti all’apposizione dell’”apostille”:
Andorra, Anguilla, Antigua e Barbuda, Argentina, Armenia, Australia, Bahamas, Barbados, Belize, Bernude, Bielorussia, Bosnia Erzegovina, Botswana, Brunei, Cipro, Colombia, Domenica, El Salvador, Falkland, Federazione Russa, Figi, Giappone, Gibilterra, Grenada, Hong Kng, Isole del canale, Isole Cayman, Isole Marshall, Isole Vergini, Isole Salomone, Jugoslavia, Israele, Kibati, Lesotho, Lettonia, Liberia, Malati, Malta, Mauritius, Messico, Monserrat, Panama, Saint Christopher e Nevis, Saint Vincent, Santa Lucia, Sant’Elena, Seychelles, Sud Africa, Suriname,Tonmga, Turche e Caiche, U.S.A., Vanuatu, Zimbawe.