Diritto all’Unità familiare

In questa direzione si è mosso nel corso degli anni anche il diritto internazionale che da sempre ha riconosciuto all’istituto dell’unità familiare un ruolo fondamentale per la crescita dell’individuo, riconducendo alla famiglia il ruolo di principale collettore sociale ed umano, ed al ricongiungimento uno dei processi maggiormente in grado di sostenerla e tutelarla. Tanto nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, quanto nel Patto internazionale per la tutela dei diritti civili e politici del 1966 si sottolinea come “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.” Nel Patto sui diritti economici, sociali e culturali si sottolinea la necessità che “gli Stati devono accordare alla famiglia, in quanto nucleo naturale e fondamentale della società, la più ampia protezione ed assistenza”, mentre l’articolo 8 della Convenzione Internazionale del lavoratore migrante e della sua famiglia dispone che “i lavoratori migranti e i membri della loro famiglia sono liberi di lasciare tutti gli Stati, ivi compreso il loro Stato di origine. Questo diritto non può essere oggetto di restrizioni se non quelle previste dalla legge, necessarie alla protezione della sicurezza nazionale, dell’ordine pubblico, della salute o della moralità pubblica, o del diritto e libertà degli altri, e compatibili con gli altri diritti riconosciuti dalla presente parte della Convenzione.

Con la Direttiva 2003/86/CE del Consiglio del 22 settembre 2003 relativa al diritto al ricongiungimento familiare, l’Unione Europea si è proposta lo scopo di fissare le condizioni dell’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare per i cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente nel territorio degli Stati membri.
Alla base della scelta vi è innanzitutto un presupposto giuridico: l’articolo 63 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea dispone che il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all’articolo 67, adotti misure in materia di politica dell’immigrazione, in particolare relative alle condizioni di ingresso e soggiorno, individui quindi norme sulle procedure per il rilascio di visti a lungo termine e di permessi di soggiorno, compresi quelli rilasciati a scopo di ricongiungimento familiare. È un’esigenza dettata dalla decisione di uniformare le legislazioni nazionali sul tema delle condizioni di accesso e di soggiorno dei cittadini di Paesi terzi, riconoscendo in questo obiettivo le fondamenta per la costruzione di una politica di welfare in grado di offrire loro diritti e doveri sempre più equivalenti a quelli dei cittadini dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, nel considerando iniziale, il ricongiungimento familiare viene riconosciuto come “uno strumento necessario per permettere la vita familiare” ed anche come un mezzo per facilitare i percorsi di integrazione e di autonomia del migrante che, nella stabilità affettiva e socioculturale che acquista con la ritrovata Unità Familiare, ritrova nuovi stimoli per migliorare la propria condizione e quella dei suoi familiari. Una condizione che riversa i suoi effetti positivi sulla crescita personale del migrante e su quella della società stessa.

La protezione della famiglia ed il suo mantenimento sono tanto più effettive se sono predeterminate, certe ed esigibili le condizioni ed i criteri per l’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, la condizione in cui versano i rifugiati ed i beneficiari di protezione sussidiaria, viste in particolare le ragioni che hanno costretto queste persone a fuggire dal loro Paese e che soprattutto ne impediscono il ritorno, sono tali da rendere necessaria l’implementazione di condizioni più favorevoli per l’esercizio del loro diritto al ricongiungimento familiare, persino in un assenza di quella stabilità sociale altrimenti richiesta.

Rispetto invece al familiare ricongiunto, nell’ottica invece di favorire il raggiungimento di una condizione giuridica indipendente dal familiare a carico, la Direttiva 2003/86 sottolinea la necessità che gli Stati Membri incoraggino, con le loro legislazioni, l’integrazione dei singoli familiari ricongiunti, riconoscendoli come autonomi soggetti di diritto. Questo, favorendo ad esempio un percorso che possa configurare una condizione giuridica autonoma in tempi definiti e dopo un periodo di residenza nello Stato membro. Tale condizione non solo è in linea con l’esigenza di favorire l’indipendenza giuridica e sociale di tutti i membri della famiglia quanto di tutelare, in caso di separazioni, anche i soggetti più deboli o giunti in un momento diverso nel territorio dello Stato membro o coloro che sono stati costretti/e ad allontanarsi a causa di condizionamenti, minacce e violenza. È un principio assodato in virtù dell’assunto che il ricongiungimento familiare è un diritto non riconducibile esclusivamente al familiare che lo richiede ma anche agli altri familiari che, direttamente o indirettamente, si ritrovano all’interno della procedura.
In Italia, la disciplina del Ricongiungimento Familiare è prevista nel titolo IV del “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” adottato con Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e nel capo del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 31 agosto 1999, n. 394, Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell’articolo 1, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.